Uno sguardo mappa-territorio del fantasy A Feather So Black

Aggiornamento: 7 giorni fa
Disclaimer: I contenuti di questo articolo hanno scopo puramente divulgativo e culturale. L'analisi psicologica si applica esclusivamente ai personaggi di fantasia dell'opera citata e non sostituisce in alcun modo una consulenza clinica o un percorso psicoterapeutico.
A Feather So Black è la storia che ci viene narrata attraverso i pensieri e le parole di Fia, un romantasy ambientato in un universo inventato fatto di regni e di guerre in cui le vite degli umani si intrecciano a quelle del popolo fatato.
Un romanzo che può essere letto e analizzato attraverso molteplici lenti e sguardi, ma tra questi trovo interessante portare come spunto, complici degli articoli che stavo approfondendo parallelamente alla sua lettura, quello offerto dall’antropologo, sociologo e epistemologo Gregory Bateson “La mappa non è il territorio”.
Un concetto complesso nelle sue implicazioni epistemologiche, ma che possiamo sintetizzare, ai fini della lettura della nostra storia, come: “ciò che io vedo, credo e penso non è la realtà (territorio), ma la mia interpretazione e percezione della realtà (mappa). In altre parole, la mia storia, i miei legami e relazioni con gli altri, i miei valori, le mie esperienze, il modo in cui il mio mondo interno si è relazionato ed è in relazione con il mondo esterno incidono nel mio modo di percepire la realtà. Questo concetto ci permette di spiegare perché uno stesso gesto o evento possono essere interpretati, per esempio, da due persone in modo diverso e quotidianamente lo osserviamo in chi guarda la realtà in modo ottimista e chi pessimista. Un concetto estremamente familiare per ciascuno di noi e su cui Fia, la nostra protagonista, ci offre un’occasione di riflessione.
Nel parlare della sua storia inevitabilmente inciamperò in qualche spoiler per cui se non vuoi rovinarti la lettura di questo romanzo, ti consiglio di recuperare in un secondo momento questo articolo, se invece sei curioso di addentrarti con me in questa storia non posso non presentarti brevemente alcuni dei suoi personaggi.

Il genogramma proposto, un po’ fantasy anche lui dato il tipo di storia e volutamente inesatto, è uno strumento dell’approccio sistemico relazionale attraverso cui mostrare una parte delle relazioni in cui Fia è immersa, che oltre a mostrarci il suo essere un personaggio un po’ spinoso con diverse relazioni forgiate dal conflitto e dall’odio (le linee a zig zag), ci spiega quanto la sua percezione del mondo sconti la fatica di questi legami così forti e profondi, tanto da definire la sua identità.
Fia è una changeling, una figlia del popolo fatato scambiata in tenera età con una bambina umana, una creatura che assume le sembianze fisiche dell’umano con cui è scambiato eccetto per alcuni dettagli che ne rivelano la natura fatata. Uno scambio che nel mondo fantasy viene perpetrato dalle creature fatate a discapito degli umani e delle due bambine.
È il genere di creatura che Fia è, o meglio ancora, l’etichetta negativa che viene data dal popolo umano e nello specifico dalla Regina Madre alle creature fatate a definire tutta la sua storia e il modo in cui percepisce se stessa e la sua realtà. Fia nutre un amore fatto di abnegazione e di assoluta lealtà, fiducia e gratitudine nei confronti di Eithne che invece di odiarla l’ha cresciuta, l’ha vista e le ha dato uno scopo: l’essere la sua spia e la sua arma.
Non ero nata in questi regni umani. Non ero umana. Ma non ero nemmeno una di loro. [...] Ero troppo di entrambi, ma non abbastanza dell’uno o dell’altro per essere accettata da qualcuno. [...] Avevano rapito la principessa e lasciato lì me. [...] Li odiavo per questo - li odiavo quasi quanto adoravo la regina che mi aveva dato una casa, mi aveva cresciuta con uno scopo, mi aveva amata come se fossi sua figlia. [...] Avrebbe potuto semplicemente giustiziarmi. E nemmeno io avrei potuto biasimarla, se l’avesse fatto. [...] Avrei fatto qualunque cosa per mia Madre.
In questo per Fia consiste l’essere amata: il non essere rifiutata nonostante il suo Marchio Verde, l’utilizzare “l’esecrabile” essenza fatata a favore dei piani materni e il ricevere uno sguardo o una parola d’amore, a stór (tesoro mio).
È con questa visione del suo mondo e delle persone che vi orbitano che entriamo in contatto con i vari personaggi. Ci aspettiamo e crediamo di inoltrarci nella conoscenza del territorio di questa storia, ma quella in cui ci muoviamo è, in realtà, la mappa di Fia. Man mano che Fia si allontana, però, dal suo mondo e dalle sue relazioni per portare a termine la sua missione entra in relazione con le mappe degli altri personaggi, alcuni vecchi ma non più degni di fiducia come Rogan, il ragazzo che ha sempre amato e che l’ha abbandonata, altri nuovi come Irian, oscuro e malvagio Sept della Gentry o la sorella Eala, colei che non conosce ma a cui non può non andare la sua fiducia.
Nel corso della narrazione la mappa di Fia in mezzo a tutti questi incontri e scontri, però, si incrina sempre di più. L’incontro di altri sguardi, di altre narrazioni, di altre mappe e lo sperimentare cose diverse da quelle che si aspettava la porta a prendere consapevolezza dei limiti e delle falle della sua conoscenza della realtà e di se stessa. Un processo lungo, doloroso, complesso e disorientante che le chiede di abbandonare tutto quello in cui finora ha creduto e che la conduce per la prima volta nella sua vita a mettere in dubbio il fatto che la sua mappa non è il territorio, ma la narrazione, la storia che le hanno raccontato e la lente con cui le hanno insegnato a vedere e sentire il mondo.
Rivedere e ampliare la sua mappa significa, dunque, prendere consapevolezza e accettare di spezzare i legami di lealtà che la legano alla donna che l’ha cresciuta e di conseguenza a Eala. Legami invisibili (Nagy & Spark, 1988) che per Fia si fanno sempre più soffocanti, divisivi e che nel loro essere rigidi la chiamano indietro, per rimanere esattamente dove è sempre stata anche se quello non è più il suo posto e il suo ruolo. Significa imparare a guardarsi con occhi diversi e in questo se Irian e Tír na nÓg le aprono uno spiraglio, le mostrano una mappa alternativa più dettagliata, il processo evolutivo e di rinarrazione è solo di Fia che apprende un nuovo sguardo fatto di compassione per il suo vissuto e di amore e meraviglia per chi è, non un mostro, ma un essere degno di esistere esattamente come è.
E così, mentre imparavo ad amare ciecamente il mondo umano che mi aveva cresciuta, imparai anche a odiare me stessa altrettanto ciecamente. Pensavo… pensavo che se avessi continuato a disprezzarmi più di quanto facessero gli altri, un giorno avrei potuto guadagnarmi il loro amore. Così imparai a odiare il sangue verde e nero che scorreva nelle mie vene. A disprezzare il modo in cui sembravo fatta di rocce, alberi e ricordi in decomposizione. [...] Ma per odiare quelle parti di me stessa, ho dovuto anche imparare a odiare il luogo che le aveva generate. [...] A odiare Tír na nÓg. A odiare il Popolo Fatato. A odiarti, anche mentre mi innamoravo di te. [...] Sto cercando di disimparare tutto quell’odio [...].
La storia di Fia, come ogni storia riesce a fare, tocca e porta innumerevoli tematiche come l’amore, la lealtà, la percezione di sé, l’identità, la paura e il rifiuto per ciò che è diverso. Ognuno di questi temi meriterebbe uno spazio più ampio, ma ciò prescinde dal fine di questa piccola analisi.
Fia attraverso la narrazione della sua storia ci permette di riflettere sul peso che ha il modo in cui abbiamo appreso a guardare il mondo e noi stessi nel viverlo, viverci, sentirlo e sentirci. Nel corso della vita, della nostra crescita aggiorniamo e ampliamo la mappa del nostro mondo, ma a volte c’è qualcosa che si ferma facendola rimanere uguale a se stessa nonostante i cambiamenti che viviamo, mentre altre volte continuiamo a portarci dietro vecchie mappe perché ignoriamo che sono mappe del nostro territorio che non ci definiscono e che possiamo scegliere di modificare anche se può essere doloroso e spaventoso. In questo è racchiusa la potenza delle storie: offrire sguardi e finali differenti da quelli che conosciamo, che ci aspettiamo e trovare parte di noi nei personaggi che le tessono.
Riferimenti bibliografici
Boszormenyi-Nagy, I., & Spark, G. M. (1988). Lealtà invisibili: La reciprocità nella terapia familiare intergenerazionale. Casa Editrice Astrolabio.
Madonna, G. (2008). La percezione: il costruttivismo nell'epistemologia batesoniana [Relazione]. Circolo Bateson, seminario sul tema “Alla ricerca della realtà. Percezione e costruzione”, Roma, Italia.
Selene, L. (2025). A Feather so Black. La maledizione del cigno (T. Vecchietti, Trad.). Il Castoro OFF.
alla prossima analisi,
Psicologa a orientamento sistemico relazionale

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